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La Val Veddasca


Dall'alto del monte Lema è straordinario osservare e distinguere facilmente i piccoli paesi compatti della Val Veddasca incastonati saldamente lungo i ripiani al di sopra dello zoccolo roccioso dominante la profonda valle principale solcata dal torrente Giona e le gole delle valli laterali.

É curioso osservare che ogni insediamento è nato vicino a sorgenti, piccole coltivazioni, prati e radi boschi indispensabili per la produzione di legna da ardere, per la costruzione di ricoveri, di abbeveratoi e per le opere di difesa contro le frane. Il versante a sud-est era coltivato e, il terreno, con forte pendenza, veniva terrazzato per ottenere superfici adatte all'agricoltura; di rimando i versanti a nord-ovest erano sfruttati soprattutto per la servicoltura.

Essendo la massima altitudine di 1961 m del monte Tamaro, nella Val Veddasca non esistono vaste praterie d'altitudine ed i pascoli sono localizzati nell'orizzonte boscato e in quello degli arbusti (ottenuto con la loro estirpazione e lo spietramento). Il nome Veddasca deriva probabilmente da una radice linguistica molto antica "eved" (abete), segno dunque della folta presenza nel passato di conifere sulle pendici di questi monti. Sullo stesso fondale del Lago Delio sono state rinvenute cospicue tracce di tronchi di larice e di abete, probabilmente franati in tempi remoti. Forse è a questo episodio che si rifà la leggenda che narra di un piccolo paese situato un tempo sulla conca e poi sommerso, per una maledizione da cateratte di acque impetuose.


castagneFLORA E FAUNA
Il frutto più diffuso in Val Veddasca è senza dubbio la castagna che allora veniva utilizzata in diversi modi e suppliva alla scarsità di cereali. Prima che i frutti giungessero a maturazione si ripuliva il terreno e si costruiva la "Rosta", barriera eseguita con rami e felci, disposta sui confini del fondo, onde evitare che le preziose castagne e i ricci andassero a finire nella proprietà altrui.

Predisposto questo accorgimento, dapprima si raccoglievano i "Crudeli" (frutti liberi dall'involucro), successivamente i ricci, ancora integri, si ammucchiavano ricoprendoli con foglie e felci "Risciada". Tra Gennaio e Febbraio la Risciada veniva scoperta e i ricci pestati con lo "Spicett".

Le castagne, ancora perfettamente conservate, seccate, si mettevano nelle casse coperte con foglie di Faggio, così si mantenevano fino all'inizio dell'estate. Buona parte delle castagne raccolte venivano essiccate con appositi forni artigianali (la grà). Ad essiccazione avvenuta, le castagne messe in sacchi di canapa, si battevano su un ceppo di legno molto resistente.

Le ultime operazioni erano la pulitura e la cernita. Le più piccole venivano portate al mulino per ottenere la farina, le migliori erano cucinate in diversi modi. Il castagneto era in Val Veddasca e nelle valli dimitrofe da considerare come una coltivazione intensiva, con un'alta produzione.


COSA C'E' DA VEDERE

Numerose sono le escursioni effettuabili percorrendo mulattiere sufficientemente agevoli e sentieri in certi casi oramai poco battuti. Dai piccoli paesi di Lozzo e di Biegno, ad esempio, sono raggiungibili, salendo lungo il versante Montuoso, i pascoli alpini dei Cangili e del Monterecchio.

Scendendo verso il fondovalle si arriva invece all'agglomerato di Piero che, dopo essere stato completamente abbandonato, è stato di recente rivalorizzato grazie a progetti di recupero, in particolare dei suoi mulini.

pieroAttraverso il torrente Giona, una mulattiera di 1500 gradini o una funivia porta all'ormai celebre borgo di Monteviasco. Da qui si diramano diversi sentieri panoramici in cresta.

Luogo altrettanto panoramico facilmente accessibile è il passo della Forcora (m 1179), dove, in inverno si può praticare lo sci alpino. La località è dotata di un impianto di risalita. è praticabile inoltre lo sci di fondo. Dal passo della Forcora, una mulattiera scende anche alla riva orientale del lago Delio. Il bacino artificiale è comunque "servito" da una strada che sale direttamente da Maccagno (bivio prima che la strada si inoltri nel comune di Veddasca).

Dal punto di vista storico e artistico, sono segnalabili tutte le (ex) parrocchiali dei piccoli villaggi, con alcune torri campanarie di origine romanica. Caratteristici, naturalmente, i nuclei storici dei piccoli centri abitati, con le viuzze ricoperte dalla tipica rizzada lombarda e le vasche delle fontane ricavate da un unico masso pietroso.

graglioNel territorio di Graglio, celato dal bosco che lo circonda, sta il santuario di Penedegra.

Probabilmente di origine cinquecentesca, il piccolo tempio è forse dedicato a S. Giuseppe, anche se poi la devozione popolare l'ha "trasformato" in luogo mariano con denominazione "Madonna di Penedegra". La chiesa, a croce latina, si presenta con un lungo porticato anteriore e una specie di strano tiburio circolare.

 
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